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SPECIALE | Roma. The Road to Contemporary: PAGELLONE

C’ho messo tre anni e tre edizioni di The Road to Contemporary Art per capirlo, ma ormai ci sono arrivato: a me le fiere non piacciono. Non piace l’impostazione ingessata del box, non piace il modo statico con il quale lo spazio viene generalmente interpretato dalle gallerie, non piace la sciatteria diffusa (a partire dalla non uniformità delle didascalie) e nemmeno il cicaleccio della gente, roba da far diventare agorafobico anche Wally, l’omino con la maglia a righe orizzontali bianco-rosse di Dov’è Wally. Diciamolo, una volta per tutte: la fiera è una scusa per ritrovarsi, un’autolegittimazione del sistema dell’arte (al di là d’ogni accezione negativa) e, in definitiva, un luogo per vendere, più che per sperimentare e mettere in mostra allestimenti o percorsi innovativi. Ma se c’è una cosa che spaventa è la mancanza di dialogo con lo spazio, unita a una presentazione 'rinunciataria' dei lavori: stessi difetti cui sta tendendo la Biennale, non a caso sempre più un mercatone dell’arte.

Inesorabile, ecco il pagellone della fiera. Sintetico, spontaneo, spietato. Naturalmente la direzione declina ogni responsabilità: in caso di reclami sapete con chi prendervela.

Le cinque migliori gallerie (in ordine sparso):

z2o Galleria | Sara Zanin (Roma): non solo una buona varietà di linguaggi, non solo la scelta di artisti non scontati. La Z20 si guadagna una posizione nella ‘top 5’ grazie all’opera di Kaarina Kaaikkonen, un ‘paesaggio’ di tessuti e stracci che cita Burri e Rauschenberg senza evocarne l’enfasi esistenzialista. Probabilmente il pezzo più bello dell’intera fiera.


z2o Galleria | Sara Zanin; photo: Valentina Fiore


z2o Galleria | Sara Zanin -  Kaarina Kaikkonen, Horizon (2011); photo: Valentina Fiore

Mazzoleni Galleria d'Arte (Torino): almeno sono onesti: lo scorso anno si presentarono con lo stesso identico allestimento e una batteria d’artisti praticamente invariata. Però lo dicono: siamo qua per vendere, non facciamo i fighi. E poi, che bello vedere Burri e Fontana. Premio alla coerenza.


Mazzoleni Galleria d'Arte;
photo: Valentina Fiore

Pio Monti Arte Contemporanea (Roma, Civitanova Marche, Chiesanuova di Treia - Mc): lo ammetto, a malapena ricordo gli artisti presentati dalla galleria. Pio Monti merita una menzione speciale per aver ospitato l’intervento di 'disturbo' dell’artista cinese H.H. Lim, che ha spezzato il ritmo piatto dei box infilando una spada nella parete di cartongesso e scrivendo Where is Ai Weiwei?: un’interferenza che si lega alla contemporaneità, sottraendo la fiera all’isolamento e all’autoreferenzialità. Fuori c’è un mondo, fortuna che qualcuno se ne accorga.


Pio Monti Arte Contemporanea;
photo: Valentina Fiore

Galerie Mario Mazzoli (Berlino): non c’entra niente l’assonanza con la Mazzoleni: la Mazzoli (nome italiano, sede berlinese) mette in campo una schiera interessantissima di artisti entro i 36 anni d’età. Su tutti Donato Piccolo, uno dei pochi in fiera a lavorare sulla smaterializzazione (o meglio, ‘vaporizzazione’) dell’opera, dimostrando che si può vendere anche l’aria, se questa è buona e sana. Coraggiosi.


Gagliardi Art System (Torino): certo, in fiera non ci si deve aspettare installazioni site specific, interventi appositamente pensati per lo spazio, interpretazioni del contesto. La Gagliardi pare l’unica a provarci, almeno, a inserirsi nell’ambiente-fiera. E il lavoro ‘fosforescente’ di Richi Ferrero che si attiva e cambia in base alle variazioni luminose è un lavoro di grande impatto visivo e densità concettuale.


Gagliardi Art System - Richi Ferrero; photo: Valentina Fiore

Le cinque peggiori gallerie (in ordine sparso):

Sangallo Art Station (Firenze): passi pure Mazzoleni, fiera rappresentante di un approccio ‘pompier’ alla vendita d’opere d’arte. Ma il divano piazzato al centro dello spazio dalla Sangallo, a ricreare un salottino perbene dove far accomodare compratori da imbonire, è troppo.

Supportico Lopez (Berlino): l’effetto è quello di una proposta pretenziosa e alla ricerca del ‘nuovismo’, da non confondere col nuovo solo perché magari c’è un’opera appoggiata all’angolo di una stanza.  Forse sarà una reazione alla vicinanza con la ‘conservatrice’ Mazzoleni, ma il Failure is not an option che si para davanti al visitatore quando si arriva nei paraggi della galleria non sembra certo la miglior dichiarazione d’intenti.


Supportico Lopez -
Danilo Correale, Failure is not an option; photo: Valentina Fiore

Ermanno Tedeschi Gallery (Torino, Milano, Roma, Tel Aviv): tanta carne al fuoco, spesso troppo al sangue (che ci posso fare, a me la bistecca piace ben cotta); nonostante la quantità di metri quadrati disponibile – forse uno dei box più spaziosi – la Ermanno Tedeschi non convince pienamente, spiccando per un’offerta sì multimediale, ma male assortita.


Ermanno Tedeschi Gallery
; photo: Valentina Fiore

DAC De Simoni Arte Contemporanea (Genova): stesso discorso della Ermanno Tedeschi Gallery: niente di così grave, per carità, ma la tendenza pare quella di accontentarsi. Il risultato è un’esposizione di lavori modesti, fiacchi, incapaci di pungere (specie a livello pittorico).


DAC De Simoni Arte Contemporanea; photo: Valentina Fiore

e x t r a s p a z i o (Roma): di fronte agli artisti che propongono lavori improntati  al kitsch mi chiedo sempre: ma c’è o ci fa? Anche in questo caso, l’allestimento del box risalta per opere eccessive, dorate, patinate. In una parola, grossolane. Talmente tanto il luccichio, che ogni volta che si passava là davanti veniva da indossare gli occhiali da sole.


e x t r a s p a z i o
; photo: Valentina Fiore


Saverio Verini

 

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