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SPECIALE | Diario di un'assistente per bene

Gli sguardi: fulcro della mia prima esperienza in fiera

Il mercoledì. Gli sguardi durante l’allestimento.

Entro con passo veloce nel padiglione, trafelata e carica di materiale, sapendo già che il mio stand è l’ultimo in fondo. La velocità diventa decrescente man mano che mi avvicino verso la fine del padiglione, mi accorgo che alcuni stand sono già completamente allestiti (alle 11,00 di domani mattina apre la fiera), sembrano immensi e a tratti luccicanti. Per un attimo mi perdo, ma lo sguardo pressante del mondo intorno mi riporta rapidamente alla camminata, che riprende, trafelata. Sorrido mostrando di avere il polso della situazione. Polso che perdo non appena giungo al mio stand. Sapevo che l’avrei trovato vuoto, ma non credevo così vuoto. Ispeziono rapidamente quella che sarà la nuova casa per i prossimi quattro giorni, odora di ferro e vernice. Poso le opere e riparto.
Questo andirivieni durerà un’oretta buona, tempo in cui memorizzo la successione degli stand che mi precedono nel padiglione. Sguardi attenti, a tratti indagatori, scrutano il mio viso per cercare un’espressione che possa lasciar intendere forza o debolezza, consapevolezza o indifferenza verso quel che nascondo sotto gli imballaggi e porto con tanta cura verso lo stand. Sorridendo a loro, immagino tra me e me di essere in uno di quei film western in cui le scene sono rallentate e lo sguardo del cow-boy appoggiato alla palizzata segue l’avversario fino in fondo al paese.
Arrivo allo stand, scarto i lavori come fossero regali preziosi. In un lasso di tempo non definibile, accanto al mio capo, lo sguardo passa dalla parete bianca alle opere e dalle opere alla parete bianca, per poi tornare sulle opere e di nuovo sulle pareti, spoglie. L’allestimento è il processo più importante e complesso: aspettiamo l’illuminazione. Finalmente arriva. L’aria è densa, odora di sguardi malfidenti e guardinghi, sguardi con occhi a fessura intenti a controllare tutto quello che va oltre la soglia del proprio stand. È un’aria che profuma di sfida. In fondo siamo in un grande mercato, ognuno deve cercare di esporre la merce nel modo più accattivante possibile, e tutti (e dico proprio tutti) si guardano intorno sperando che nessuno abbia avuto un’idea migliore della propria.
Abbiamo in stand molte più opere di quante decidiamo di esporre. Sono quasi le 17 e iniziamo a montare. Trapano, martello, chiodi, sale(?!), scotch, silicone: lo stand diventa una ferramenta e in meno di tre ore prende vita. Sono poche opere, ognuna preserva il suo spazio e la sua comunicatività inserita in un progetto espositivo e curatoriale che le accomuna, sorrido e, fiera, lancio l’ultima occhiata alle foto appese tutte perfettamente alla stessa altezza. E’ tardi e lentamente ripercorriamo tutto il padiglione avvicinandoci all’uscita; gli sguardi sono mesti – «in fondo anche tu cercavi di controllare» –, lo pensiamo tutti accennando un saluto.

Il giovedì. Gli sguardi di ‘chi ne sa’.

Ore 10,30: ultimi momenti di calma apparente prima che inizi la giornata cruciale della fiera. L’opening. Mentre controllo gli ultimi dettagli, incrocio lo sguardo di un vicino di stand: sorride. Ora siamo amici, siamo tutti dalla stessa parte coalizzati per sopravvivere all’invasione delle nostre piccole case che con tanta cura abbiamo ‘arredato’. Gli sguardi di ieri sono stati sostituiti da espressioni serene e incoraggianti, ricambio sollevata.
Ore 11,00: e opening sia. Per la prima volta da quando ho visto le planimetrie della fiera sono felice di essere l’ultimo stand del padiglione. Il mio capo non è ancora arrivato. Arriverà? Arriverà. Deve. Cercando di mantenere un atteggiamento calmo e rilassato, come quando sei in coda con il numerino in mano (ma senza tamburellare con il piede), osservo i primi visitatori, scruto i movimenti e mi preparo psicologicamente a sfoderare quel sorriso a trentadue denti, ‘perfetto’ ed accogliente, che non se ne andrà più via, fin che fiera non ci separi.
La folla si avvicina. Autorità, giornalisti, critici, curatori, persone che contano e personalità che vorrebbero contare. Un bazar. Quasi tutti si bloccano per un istante davanti agli stand e con fare impettito, piedi giunti e braccia conserte con una mano che gratta il mento, sollevano un sopracciglio e chinano la testa lievemente su di un lato. Gli sguardi sono lunghi e sottili. Pare guardino attraverso le opere, non si capisce bene cosa. Immersi del groviglio di microfoni, telecamere, fili e fogli hanno deciso e con passo sicuro entrano nello stand. E questo rituale si ripete quasi davanti ad ogni soglia.
È il momento più importante di tutta la fiera: l’idea che si materializzerà nella mente di questi signori tronfi e carichi di sguardi tipici di ‘chi ne sa’, segneranno l’andamento della fiera e sicuramente anche l’umore. La concentrazione è massima. Senza poter neanche individuare il momento di partenza inizia un vortice di parole e discorsi e sorrisi e segni di apprezzamento e parole e sguardi, fermi e attenti, e ancora parole che si arresterà solo nel primo pomeriggio. Guardo l’ora, sorpresa: sono le 15,30 e non mi è neanche venuta fame (e chi mi conosce sa di quale rarissimo fenomeno si tratti).
Ore 16,00: tocca ai collezionisti. La fiera è per loro, in un certo senso tutto gira intorno a loro e alle loro scelte. Ovviamente possono farsi ‘desiderare’ quindi nessuno è puntuale e mi prendo un po’ di tempo per osservare meglio gli altri stand. C’è il ‘venite gente!’ in cui lo stand è miracolosamente congelato nell’attimo prima di esplodere tante sono le opere esposte. Poi il ‘finto-non-curato’ che stride un po’ con la professionalità ostentata dai galleristi in cui le opere sembrano esposte perché ‘d’avanzo’ in magazzino, e infine tutti gli altri stand in cui la qualità e il valore dei lavori è generalmente inversamente proporzionale alla quantità di opere esposte. Mi consola l’idea che noi non apparteniamo alle prime due categorie. Passeggiando per il padiglione incontro i miei simili, assistenti di galleria tutto fare elettrici e contenti di essere in fiera, al primo giorno.
Il momento dedicato ai collezionisti è intenso e delicato, è il momento in cui, in alcuni casi, viene alla luce la passione vera, la conoscenza e l’apprezzamento per l’arte, e, in altri, la boria. È affascinante ascoltare come ci siano alcune persone che, nonostante conducano una vita da film, sanno parlare d’arte con parole semplici e pensieri strutturati da cui traspare una passione vera. Sono sguardi sereni e felici i loro, sono gli sguardi di chi sta facendo qualcosa di buono per se stesso.
Ore 20,00: hanno aperto le gabbie. Il pubblico: quello vero. Sorrido pensando che ho sempre aspettato con grande attesa il momento dell’inaugurazione di una fiera, di una mostra, di un museo (come direbbe un amico sono un ‘animale da inaugurazione’) e ora mi trovo dall’altra parte. Lo spettacolo che si para davanti ai miei occhi è difficilmente descrivibile: il mercato di Palermo è più tranquillo. Signore imbellettate che stentano ad avanzare su tacchi vertiginosi, signori con aria da intenditori che le seguono buttando un’occhiata distratta alle opere, ragazzi vestiti in modo improbabile e sicuramente appariscente, autorità in ritardo, persone che corrono chissà dove, cani. Tutto è movimento e colori e luci e vociare e fragole. Finalmente arrivano volti amici (i rinforzi!) e chiacchierando con loro e con chiunque passi accanto a me passeggio tra il mio stand e quelli vicini osservando, come sempre, gli sguardi. Sguardi che sono a tratti scioccati, scocciati e sopraffatti, a tratti guardinghi e controllori, felici in ogni caso di poter essere in mezzo a tutte quelle persone. A tratti, infine, meravigliati e sorridenti, divertiti anche. Arriva mezzanotte, tutti a casa: il primo giorno è finito.

Il venerdì, il sabato e la domenica: La Fiera. Gli sguardi di ‘chi non ne sa’.

Che la fiera abbia inizio, per tutti. Per questi giorni di fiera ‘normale’ in cui il pubblico è solo pubblico e non gente ‘che ne sa’ sono la prescelta per apertura e chiusura stand (e incredibilmente c’è qualcuno che ancora gioisce a quest’idea). Sono tre lunghi giorni, quelli che mi aspettano, in cui parlo, prendo contatti, espongo i lavori e chiacchiero, chiacchiero sempre con chiunque si avvicini e soprattutto rido con quelli che, come me, iniziano a non poterne più del rumore e del vociare del padiglione. Credo che la cosa in assoluto più divertente di questi tre giorni di fiera sia stata ascoltare i dialoghi delle persone davanti alle opere. Entrano con fare deciso ed inventano (tutto rigorosamente a voce alta) teorie incredibili su significati e tecniche di produzione dei lavori. Poi, guardandosi con aria soddisfatta, annuiscono sicuri di sé. Devo ammettere che alcuni pensieri erano talmente originali e creativi che non sono riuscita ad intervenire.
Poi ci sono i flirt. La ragazza interessata all’arte e il ragazzo che l’accompagna solo per starle accanto, il collezionista (quello della boria, ricordate?) e le due ragazze svestite in abiti succinti che lo accompagnano, tra gli stand: artisti e assistenti, assistenti e assistenti, galleristi e assistenti (noi assistenti siamo moltissimi!). E poi sguardi di gente qualunque che passando si fissa fino a che è possibile e poi si perde, nella folla. Durante i tre giorni di fiera, data la mia deviazione per le ‘classificazioni’, ho stilato un piccolo elenco delle tipologie umane che frequentano questi mercati d’arte.
L’artistoide: si presenta sfruttando una scusa qualunque e ha subito pronto in mano un piccolo opuscolo con qualche immagine dei suoi lavori che ha esposto, ahimè, in gallerie sconosciute. Mantiene sempre un certo tono altisonante nei racconti e guarda con occhi stretti ed indagatori. Si distingue dal vero artista perché non chiede alcuna informazione in merito ai lavori, all’età e alle provenienze degli artisti esposti.
Il gallerista-in-incognito: si presenta sempre chiedendo dove si trova lo ‘spazio’ e se è molto grande (la domanda è: rispetto a cosa?). Conversa sulle difficoltà che pone il mercato e, a questo punto, scopre le carte confessando che anche lui/lei possiede una galleria ma realizza progetti espositivi che, all’interno di uno stand fieristico, proprio non si possono allestire. Hanno lo sguardo attento e sofisticato. Si distinguono dai veri galleristi perché mancano di pragmaticità.
I fotografi: più che fotografi sembrano giapponesi che hanno perso il capo-gruppo. Si aggirano per gli stand molleggiando sulle gambe con la macchina fotografica sempre in mano, provano e riprovano inquadrature di foto che non scattano, esternano commenti del tipo «proprio bella quest’opera, la foto è venuta benissimo». Hanno gli occhi un po’ alla pesce-lesso, forse a causa del continuo avvicinare ed allontanare il mirino della fotocamera. Si distinguono dai veri fotografi perché hanno tutti l’obiettivo 18-55 (notoriamente inutile) e tengono la reflex impostata su automatico.Collezionista vorrei-ma-non-posso: è vestito in modo vistosamente casual, è sempre accompagnato da belle donne o da donne molto ben imbellettate, cammina con le mani nelle tasche dei pantaloni, tenendo le spalle leggermente all’indietro. Chiede sempre i prezzi di tutte le opere dello stand e si dilunga su come nella sua collezione figurino lavori rassomiglianti a quelli esposti e di come, scaltramente, sia riuscito a comprarli prima che i prezzi diventassero così alti. Ha lo sguardo ammiccante di chi può avere tutto ciò che desidera. Si distingue dal vero collezionista perché manca di classe e di rudimenti di base dell’arte contemporanea e del mercato.
Tra una birra e l’altra i giorni di fiera scorrono e perdo il conto delle persone che conosco e con cui entro in contatto, delle immagini che vedo e delle sigarette che fumo. Domenica riesco ad avere un paio d’ore libere per fare il giro della fiera e, con grande gioia, noto come le categorie che mi sono divertita ad osservare siano motivo di divertimento per altri ‘standisti’.
Parlo e scherzo con persone mai viste prima perché siamo tutti assistenti e ogni dialogo inizia con un «sei riuscita a fare un giro? Beata!». Siamo tutti sulla stessa barca, tutti stanchi, tutti contenti dell’esperienza, tutti un po’ gelosi di rivelare le vendite, tutti già con il pensiero al giorno dopo: il disallestimento. Ormai la fiera è andata, è finita. Restano poche ore prima di chiudere i battenti e mentre torno allo stand sorridendo della stanchezza che mi pervade le ossa, noto l’ultima categoria, immancabile.
I ritardatari: come potevo essermene dimenticata? Sono un misto affollamento di tutte le figure che ho incontrato durante la fiera. I loro sguardi sono trafelati e veloci, si aggirano in modo goffamente rapido tra gli stand cercando di immagazzinare più informazioni possibili. Si distinguono da tutti gli altri visitatori perché devono essere davvero contenti di esser riusciti ad arrivare: sorridono, sorridono sempre.
Ore 22,00: la fiera è finita. Questa volta davvero.
Sono talmente sollevata e leggera che non sento quasi più la stanchezza. Con un pizzico di tristezza mi avvio verso l’uscita. Mi stavo affezionando a questa grande casa dai ritmi vorticosi e imprevedibili e, non meno importante, avevo quasi capito come era giusto vestirsi..! 
Ma l’amarezza passa subito, il padiglione si riunisce per cena! E sorridendo vado verso la macchina pensando alla varietà di rapporti umani che si possono creare in soli quattro giorni e a come, in fondo, sia stata l’Arte a portare insieme persone così drasticamente lontane tra loro.


Alessandra Ammirati

 

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