Sei qui: Home Magazine ARCHIVIO SC MAGAZINE
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Cerca

www.sguardocontemporaneo.it

SPECIALE | 54esima Biennale di Venezia


Il 3 giugno scorso, nell’ambito dei tre giorni dedicati alla stampa, visitando per la prima volta la Biennale, ho assistito ad un momento politico impressivo, che ben rappresenta e spiega la tematica seguita dalla maggior parte degli artisti invitati. Ho visto il Presidente della Repubblica di Israele, Shimon Peres, arrivare per inaugurare il Padiglione del suo Paese. Strettamente circondato da guardie del corpo armate che cercavano di proteggerlo, mentre il canale a fianco era pieno di polizia italiana armata con mitra da guerra e bombe a mano. Tutto intorno la gente guardava la scena attonita e silenziosa, fermandosi a fotografare l'evento. Ecco, uno spettacolo assolutamente significativo che ben potrebbe riassumere l’umore espresso nei video e nelle installazioni dalla quasi totalità degli artisti esponenti ai giardini. Mi sembra inutile riportare le parole di Baratta che ho ascoltato alla presentazione della Biennale fatta a Roma nei mesi scorsi: parole molto diverse dalla realtà che ho visto e profondamente avvertito nel proseguire la visita.

Una realtà che ha raccontato un “malumore” mondiale. Ho visto rappresentata la sofferenza dallo stesso Sigahit Landau, artista espositore nel Padiglione Israele, che ha riproposto ancora una volta il tragico percorso della sua gente sempre alla ricerca della “terra promessa”. Ma non è stato l’unico a parlare di situazioni difficili. I cinque video di Ahmed Basiony (1978 – 2011) per L’Egitto, facevano impressivamente vedere la rivoluzione egiziana portata avanti con dedizione, fino alla sua prematura morte: venivano mostrati gli eventi di piazza Tahir ripresi in tempo reale. Anche i video raffiguranti la rinascita dello spirito ebreo polacco, in cui Mary Kosmary ha proposto per la prima volta la documentazione della nascita del movimento e la fine del suo leader. Ma anche Ion Grigorescu per la Romania, ha mostrato video ancora una volta documentaristici che esploravano l’estetica della precarietà e l’articolazione di nuove forme sociali basate sulla riattivazione dei simboli ereditati dal periodo comunista. Mentre Hotzunyen, per Singapore, ha costruito un’angosciante proiezione che faceva riferimento ad un testo medioevale del XIV secolo al quale i monaci si riferivano per la pratica e la devozione religiosa.
Quindi, tanti artisti di paesi e latitudini diverse hanno espresso ansia, dolore. La fatica del vivere. Molti hanno dichiarato una visione contemporanea di angoscia, di preoccupazione con un desiderio profondo di cambiamento. Devo dire che se qualcuno fosse andato a Venezia per vedere “arte visiva” è rimasto sorpreso e forse deluso. Al di là di alcune opere contemporanee assolutamente straordinarie come ad esempio l’installazione multimediale creata da Tabaino per il Giappone, dove la successione delle immagini avvolgenti portavano il visitatore ad entrare in una profondità infinita. L’immersione dello spirito di ogni spettatore in un mondo astratto, da favola. E’ stata (finalmente) una gioia vedere ed essere catturati da quest’opera straordinaria. Forse la più bella di questa Biennale.

Ma anche altre installazioni, pur se ancora una volta immerse nell’ansia, nell’angoscia, come quella di Christoph Schlingesiel per la Germania, hanno dimostrato una notevole grandezza espressiva. Questa volta una “chiesa” accoglieva i video (quasi fossero preghiere) pronti a spingere lo spettatore a guardare e a ripercorrere la propria vita. La stessa idea è stata proposta, anche se in maniera assolutamente diversa, da Christian Boltanski, per la Francia. Un’opera di grande effetto sul percorso della vita. Immagini di neonati fatte scorrere molto velocemente su una struttura metallica. Mentre in altri due ambienti un counter scandiva le nascite e le morti che aumentavano repentine in ogni secondo.Mentre gli U.S.A. hanno messo la “statua della Libertà” in un sarcofago, quindi non più rappresentativa della speranza per gli emigranti, ma una speranza che è stata uccisa. E davanti al padiglione un carro armato rovesciato con un atleta che corre sui cingoli in segno di quelle continue guerre che si presentano in tutto il mondo.E nel Padiglione spagnolo, ogni anno presentato con armonia e grande attenzione all’arte vera, quest’anno Dora Garcia con il suo “Lo Inadeguato” ha portato all’attenzione di tutti (con scenari semplici e “facili”) i loro problemi contingenti. Potrei continuare a parlare di opere ansanti, angoscianti o forse solo tristi che catalizzano e spingono a riflessioni caleidoscopiche. E’ proprio questo il mondo di oggi? Un mondo che genera solo situazioni difficili? Che non riesce a trasmetterci serenità, crescita, voglia di vivere? Eppure ognuno di noi ha anche attimi di gioia, di amore. Oppure bisogna dire che, al di là delle reali situazioni ardue, penose, disagevoli che tutto il mondo sta affrontando, è più facile creare opere d’arte che trasmettono angoscia piuttosto che opere che suscitano emozioni positive? Del resto sappiamo che per parlare al pubblico è più facile far piangere piuttosto che far ridere.

Le emozioni positive sono molto difficili da trasmettere e da diffondere. Bisogna essere veramente bravi. Provo a parlare di altre installazioni particolari e interessanti. Ad esempio le opere innovative di Lee Yongbaek per la Korea. Grandi specchi sui quali a tratti appaiono e si definiscono immagini inaspettate guidate dal suono, quasi fossero spari. E da una parte appaiono sugli specchi visi come fossero fantasmi e dall’altra i fori degli spari …Oppure le opere di cinque artisti cinesi, ognuno dei quali ha costruito installazioni di grande forza e bellezza. Padiglione cinese, curato da Yuan Gong, all’Arsenale, vicino alla Sala Stampa.Ma anche la proposta di Fabrizio Plessi, seppur già vista più volte. Video molto professionali di acqua che scorre...Un discorso a parte per il New Zealand, nel cui ambiente si respira ogni anno un’aria di grande serenità e freschezza. Ancora ricordo con piacere e meraviglia i canti e le danze dei Maori proposti due anni fa. E quest’anno alcune sculture armoniche ambientate nel verde del prato dell’Ambasciata. E perché non parlare di Days Of Yi, evento collaterale a cura di Bonito Oliva. Dove l’artista multimediale Yi Zhou presenta alcuni video belli e sofisticati in una sintesi di cinema, animazione digitale, fotografia e musiche contemporanea. Infine non posso dimenticare alcuni artisti presentati al Padiglione Italia, ai giardini. La straordinaria Pipilotti Rist che, ancora una volta, ci regala la visione di opere spettacolari. Ma anche Seth Price, Palestina, con dipinti su carta con stampa a getto veramente armonici e accattivanti. E di nuovo, con David Gold Shatt, foto che parlano di dolore dove si vedevano immagini di ex delinquenti sulla scena del crimine. In conclusione, anche se sono stata molto in dubbio se parlarne perché “quella” non è la maniera di presentare l’arte, anche per rispetto agli artisti. Ma per dovere di cronaca, un accenno al Padiglione Italia, all’Arsenale. A cura di Vittorio Sgarbi. Il titolo: “L’arte non è cosa nostra” può essere interpretato in diverse maniere che capiamo tutti. A me sembra che la maniera giusta sia dire che … l’arte non solo non è “cosa nostra”, ma neanche “cosa loro”. Ovviamente mi riferisco alle persone che hanno scelto gli artisti. Uno spazio male usato, assolutamente caotico, dove l’arte non era di casa. E per un amante dell’arte il visitarlo è una grande sofferenza. Era questo lo scopo di Sgarbi? Sentiva la necessità di gettare fango sulla Biennale, sull’arte contemporanea che, più volte ho notato, non gli appartiene. Non la capisce. In quel guazzabuglio incredibile di opere, accatastate una sull’altra era assolutamente impossibile distinguere, selezionare gli artisti veri dai dilettanti. Peggio di così non si poteva fare. Speriamo che mai più nessuno gli chieda di organizzare una mostra di arte contemporanea.

Ida Gerosa

 


 

Pubblica questo Articolo

Facebook Twitter Google Bookmarks RSS Feed