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INTERVISTA | Maurizio Montagna


Maurizio Montagna, Billboards: st_a 672, 2007

 

Introduciamo con queste parole di Jean Baudrillard - estrapolate da un testo più ampio letto dal filosofo francese in occasione dei Rencontres Internationales de la Photographie d'Arles del 2000 -  la fotografia di Maurizio Montagna e le sue immagini 'mancanti' della realtà. Il fotografo milanese delle architetture e delle visioni urbane ci parla qui del suo percorso, del lavoro Billboards che già lo fece conoscere al pubblico romano in occasione della passata edizione di Fotografia, dei suoi nuovi esperimenti con il linguaggio delle immagini in movimento e della sua idea di fotografia come sfida dello sguardo sulla soglia del visibile...

Domanda | Ciao Maurizio, la prima domanda che vorrei porti è - almeno apparentemente - semplice: come e quando hai deciso che saresti diventato fotografo e quali sono stati i passaggi determinanti per il tuo percorso artistico?

Maurizio Montagna | Non credo ci sia stato un momento in particolare, penso che una serie di eventi mi abbiano messo davanti al fatto che la fotografia sarebbe potuta essere una possibilità. Un aiuto certo, me l’ha dato un premio vinto ad Arles dedicato ai giovani artisti, e un serie di mostre, che mi hanno fatto conoscere al mondo della fotografia milanese.

D. | Quali consideri i tuoi principali riferimenti?

M.M.
| Anche in questo caso, potrei parlare di incontri durante il mio percorso.
Un certo modo di rappresentare il paesaggio, tipico della tradizione italiana, mi ha influenzato solo durante il primo periodo del mio lavoro. Poi ho trovato estremamente interessante il lavoro di Luigi Ghirri, che, al di là del metodo rappresentativo, ha lasciato un segno indelebile ed unico nella la progettualità e il disincanto nei confronti dei soggetti fotografati. Poi, ho incontrato la fotografia americana, i
New Topographics, Ed Rusha fra tutti...

D.
| Mi ricordo perfettamente del tuo progetto Billboards esposto alla galleria Maria Grazia Del Prete durante la passata edizione di Fotografia, Festival Internazionale di Roma. In una recensione pubblicata proprio sul nostro magazine, si parlava di "visioni e pensieri densi resi attraverso un linguaggio minimale" : è proprio questa la tua cifra stilistica e concettuale?

M.M.
| Ovviamente, in Billboards c’è una azione di ripresa e di elaborazione concettuale 'minimale'. Già il fatto di lavorare su un soggetto che è svuotato dal suo significato, porta ad una riduzione del messaggio.
Un fatto è che, durante la lavorazione di Billboards, c'è stata un'esclusione dei soggetti che potevano arricchire le immagini. Comunque, nel tema di questo lavoro si trovano elementi molto interessanti: piccoli segni, riflessi di luce, particolari ai margini dell’inquadratura, che fanno perdere al mio progetto quell’idea di minimalismo, oramai diventato un po' di moda.



Maurizio Montagna, Billboards: st_a546_a555_a548_a556, 2007

D. | Cosa ti ha spinto a raccogliere quelle immagini? avevi già in mente di creare una serie, o il progetto visivo si è alimentato diciamo 'spontaneamente' ?

M.M. | Le motivazioni sono molte e si intersecano l' una con l’altra, partendo da una serie di letture ( Cecità e Saggio sulla lucidità di José Saramago) ho cominciato a riflettere sul 'visibile' e sul senso che questo ha per una comunità di persone.
Un tema, quello dei i cartelli pubblicitari quanto mai 'banale', un soggetto quotidiano  che,  attraverso un flusso dato dal grande numero di soggetti fotografati, ha preso una qualità estetica inaspettata  (la rappresentazione diventa composizione solo quando è creativa, altrimenti rimane solo la notizia) - cito Làszlo Mohnly-Nagy - nel flusso continuo e rigoroso i cartelli sono diventati un soggetto 'immaginario' e 'immaginifico'…

D. | Possiamo dire che - partendo dal lavoro Billboards - la tua fotografia si può collocare in una soglia visiva e quindi al limite di qualcosa? Le fotografie che riprendono i cartelloni pubblicitari svuotati dal loro contenuto-immagine diventano simbolo della distruzione di immaginazione operata dalla produzione totale dell'immagine che ci travolge anche quando non c'è più nulla da vedere. Per dirla con Baudrillard << è solo possibile resistere al flusso, al movimento, all’accelerazione col silenzio e l’immobilità della fotografia, col segreto di una singola immagine...>>

M.M. | La fotografia, è l’unico strumento che permette di interpretare il visibile, in maniera netta, inequivocabile, anche se rimane sempre un' interpretazione, dentro questa interpretazione ci sono molte possibilità, moltissime direi, ma non infinite. La macchina fotografica è un oggetto contro il quale il fotografo agisce, compito del fotografo è interpretare il visibile 'rompendo' degli schemi e dei programmi: gli schemi sono quelli culturali e sociali - nella ricerca artistica ,non ci si può accontentare di quello che si sa - i programmi sono quelli della macchina fotografica, un oggetto costruito ad hoc per uniformare un sistema interpretativo. La fotografia digitale, ha chiuso ancora di più questo sistema, dando la possibilità attraverso i software di creare una sorta di democratizzazione della  creatività…. La cosa non deve sorprendere, Kodak alla presentazione della sua prima snap shot, pubblicizzava: <<Voi dovete solo fare click al resto ci pensiamo noi>>.
Per questo Billboards, per me era un sfida interessante, parlare di immagine, negandola…
La 'soglia' per me non è un interpretazione metafisica di uno spazio che si attraversa, la soglia è una superficie ben definita, uno specchio opaco, dove guardando, non abbiamo un attraverso, ma una superficie, netta, distinguibile, e vuota...vacua...uno specchio di un momento storico, e di uno stato d’animo collettivo.


Maurizio Montagna, Billboards: st_a508_a507, 2007

D. | Hai recentemente preso parte alla mostra itinerante VIDEO VISION. Ti sei confrontato anche con il linguaggio video, raccontaci dell'opera Almost Object esposta in questa collettiva...

M.M. | Almost Object nasce da un invito a progettare un video per questa serie di mostre itineranti. Il mio progetto è molto semplice, parlare ancora una volta delle immagini 'mancanti' o meglio distorte dalla realtà. Il video tratta di una serie di sequenze prese dalla televisione, nel momento critico dello swicht off ( analogico-digitale).
Era da qualche tempo che vedevo scorrere davanti ai miei occhi, immagini televisive, frammentate, e sovrapposte, un disturbo dato dal ritardo del segnale digitale emesso dai vari canali. Come in Billbaoards, la realtà mi dava l’opportunità di lavorare su un livello di comunicazione 'corrotto', e quindi non decodificabile, in Almost Object, con le relative differenze di linguaggio, affronto di nuovo le problematiche della comunicazione visiva, che nelle sue distorsioni, diventa un modo espressivo di rara intensità.

D.
| Questo intervento con le immagini in movimento credi ti porterà a sperimentare nuovi linguaggi per i tuoi progetti futuri?

M.M. | Ci sono soggetti che 'devono' essere interpretati con le immagini in movimento, diciamo che Almost Object, mi ha dato lo stimolo iniziale, per cercare di accedere al linguaggio del video, mi affascina, ma questa possibilità è legata all'effettiva necessità di lavorare su un soggetto che ne necessita l’uso.


Maurizio Montagna, Billboards: st_a512_a511, 2007

D. | Ultima domanda...pensi che in Italia venga data la giusta  attenzione alla fotografia contemporanea? anche per un artista affermato come te immagino ci siano delle grosse difficoltà...

M.M.
| La cosa più strana che mi sia capitata, proprio per via del mio modo di fotografare , è che spesso, vengo scambiato per un autore straniero, nordeuropeo in particolare....
Il mio lavoro è molto distante da un certo mondo della fotografia, forse poco commerciale…trovo la fotografia cosiddetta 'artistica' forse un po' corrotta da mode e dal mercato, sono pochi gli autori che portano avanti una vera ed approfondita ricerca.  L’attenzione per la fotografia in Italia, è molto superficiale, ad appannaggio di pochi, e senza una vero approfondimento sulle ragioni di un lavoro; in pochi sanno di cosa stanno parlando, e forse le persone più competenti a tal riguardo sono gli autori stessi.
Proprio per questo, essere un autore affermato in Italia, vale ben poco, basti pensare cosa è successo all’ultima Biennale di Venezia...


Nicoletta Guglielmucci

 

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