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Performatività diffU.S.A. - New York

Andar per musei è il miglior modo di bere acqua gratis a New York. Una bottiglietta di naturale all'alimentari non è la cosa più economica al mondo e le fontanelle pubbliche sgorgano un liquido dal sapore marcatamente cloroformico. Ma le sorgenti artificiali che si trovano ogni dieci metri all'interno delle principali istituzioni museali e zampillano un'acqua tutto sommato accettabile non sono l'unica valida ragione per una capatina nei luoghi espositivi newyorkesi. MoMA, Fondazione Guggenheim, Metropolitan (al vecchio “Met” si pụ trovare davvero tutto, dallo spillo al carrarmato) e via dicendo sono ancora dei veri e propri templi, piccole mecche cui ogni devoto dovrebbe rendere omaggio almeno una volta nella vita. Senza di essi la Grande Mela non avrebbe lo stesso fascino, a partire dai connotati urbanistici; il Guggenheim è ormai sinonimo di New York nel dizionario dell'immaginario collettivo, coś come la sua forma a spirale lo è dell'architettura d'avanguardia. Eppure questi grandi contenitori, pur saziando ogni tipo di palato, danno la sensazione di riempire troppo, procurando un pericoloso appagamento. Si prenda il MoMA: strapieno di capolavori da antologia (ci sono libri di testo che si basano sulla sua collezione per spiegare l'arte contemporanea), questo spazio sterminato (cinque piani) è un vero e proprio “carnaio” nel quale occorre sgomitare per ritagliarsi uno spazio decente di fronte ad ogni opera. Trenta secondi al massimo. Picasso spunta ogni due metri e, anche se siamo tutti d'accordo sul fatto che abbia attraversato l'arte del Novecento come pochi altri, sembra essere usato come specchio per le allodole. Certo, di fronte al “Bed” di Rauschenberg, a “Les demoiselles d'Avignon” dell'abusato Picasso, a “La persistenza della memoria” di Daĺ (oltre alle tante, troppe opere che non possono essere citate per motivi di spazio) ogni soffio critico rischia di infrangersi; ma, al di là dello straordinario servizio reso all'umanità intera – o almeno a quella parte che pụ permettersi un soggiorno a New York (specie il venerd́ sera, quando l'ingresso è gratuito) –  il MoMA non si distingue in meglio rispetto al Centre Pompidou, alla Tate Modern, al Reina Sofia e alle altre grandi collezioni europee dedicate all'arte contemporanea. Non che sia cosa da poco (si parla dei centri artistici più importanti al mondo), ma una volta visti gli altri musei il senso di sorpresa è assolutamente attenuato. Meglio allora stupirsi delle “istituzioni medie” come il P.S.1, il Whitney Museum, o delle manifestazioni temporanee come il Dumbo Festival. Nelle prime gli spazi ridotti e l'allestimento calibrato (poche opere ma di grande qualità) stimolano la capacità di osservazione ed il senso critico; il Whitney, ad esempio, presenta al suo interno una stanza con quattro opere, una per parete: Jackson Pollock, Franz Kline, Willem De Kooning, Mark Rothko, anticipati nella sala precedente da un Hopper che verrebbe voglia di prendere la sdraio e mettersi a guardarlo tutto il giorno (“Early Sunday Morning”). Insomma, il meglio dell'arte americana fino agli anni '50. Il P.S.1, ottimo esempio di recupero architettonico (si trattava di una caserma dei pompieri), è invece dedicato all'arte dei nostri giorni, presentata attraverso allestimenti non convenzionali: un video di Pipilotti Rist si trova a terra, in un interstizio ricavato dalla rottura del pavimento in legno, mentre il sonoro a tutto volume, che sembrerebbe provenire da tutt'altra parte rispetto a quel buchino, crea un senso di forte spiazzamento (“Selbstlos im Lavabad”); alcuni dipinti murali di Ernesto Caivano, Cecily Brown e William Kentridge sono disegnati nelle parete delle scalinate che collegano i piani; un foro piccolissimo scavato in uno dei muri portanti, in posizione troppo evidente per essere una semplice crepa, fa filtrare nella penombra del corridoio una luce dall'esterno, per un effetto di grande impatto visivo e concettuale che ricorda l'arte ambientale di James Turrel (l'intervento site specific è di Alan Saret, “Brick Wall and Sun”). Magnifiche poi le le installazioni di Leandro Erlich, che ricrea una piscina visibile sia in superficie che “sott'acqua” (“Swimming Pool”), e di Christian Marclay, capace di trasformare un'intera stanza ricoprendone il pavimento con migliaia di vecchi vinili (“2822 Records”). In definitiva, non un'opera attaccata ad una parete o collocata in maniera prevedibile. Il valore del P.S.1 aumenta anche in relazione all'intenso programma di attività collaterali, fra cui il progetto “Young Architects Program” (YAP), un concorso annuale che vede confrontarsi giovani architetti per la realizzazione di un padiglione da collocare nel giardino del centro espositivo: attivo dal 2000, lo YAP ha contribuito all'affermazione di artisti ed architetti, in grado di realizzare ogni anno installazioni di grande livello, spesso teatro di clamorose feste all'aperto a colpi di dj-set (per farsi un'idea: http://ps1.org/yap/). Il Dumbo Arts Center, a Brooklyn, è promotore dell' “Under The Bridge Festival”, una due giorni di videoarte, installazioni, performance. Pubblico giovanissimo, artisti rigorosamente “under 35”, allestimenti autogestiti, proiezioni video sulle facciate dei palazzi: già questo basterebbe ad entusiasmarsi di fronte al festival, ma anche passando ai contenuti il livello rimane alto (su tutte la grandissima installazione di Wade Kavanaugh e Stephen Nguyen che ripropone una foresta interamente fatta di cartapesta rossa  intitolata “The Experience of green” e un video – di cui accidenti a me non ho segnato né titolo né autore –  che presenta una schermata piena voci quali “suicidi”, “nascite”, “alberi tagliati” affiancate a cifre in continuo aumento che ne mostrano la crescita esponenziale e con essa i nostri ritmi vitali). Si torna da New York  con la convinzione che, al di là dei grandi musei (troppo legati alla dimensione “blockbuster”) e delle gallerie (troppo legate alla dimensione commerciale, inevitabilmente; se ne sconsiglia inoltre la visita fra settembre-ottobre, periodo nel quale i galleristi si improvvisano manovali e, pennello alla mano, preparano gli allestimenti per le mostre invernali), siano i centri espositivi come il P.S.1 ed il Dumbo Arts Center a rappresentare il punto più alto dell'offerta artistica: dedicati all'arte “contemporaneissima”, con le spalle coperte da istituzioni forti, essi si caratterizzano come i luoghi per eccellenza deputati alla ricerca e alla sperimentazione.

Saverio Verini
 

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