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La rivincita della pittura di genere

L’esperienza mi ha portato a diffidare delle mostre che, spesso in maniera fin troppo generica, sono caratterizzate da nomi quali “da questo a quell’artista” o, ancor peggio, “da questo a quel movimento artistico”, perché spesso (e non sempre) si tende a nascondere dietro ai grandi geni dell’arte che compaiono nel nome dell’esposizione una miriade di opere tra loro diversissime, con il rischio che essa risulti ricchissima quanto incoerente. Non è questo il caso della mostra dal titolo “Da Rembrandt a Vermeer” ospitata ancora per qualche giorno all’interno del Museo del Corso, la cui coerenza interna è assicurata non tanto dal discutibile titolo scelto, quanto dal fatto che essa ospiti 55 opere provenienti dalla Gemäldegalerie di Berlino, qualificandosi come una scelta esemplificativa di opere fiamminghe ed olandesi del XVII secolo conservate all’interno di una delle più ricche collezioni d’arte moderna. L’esposizione ha il merito di porre l’attenzione su un tipo di pittura per lungo tempo considerato di minore importanza da buona parte della letteratura artistica italianocentrica, vale a dire sulla pittura “di genere”, che rappresenta in termini quantitativi e qualitativi la specificità dell’arte dei Paesi Bassi, cui viene, purtroppo, dedicato ben poco spazio all’interno delle iniziative culturali organizzate nel nostro Bel Paese. Nello stesso tempo, peṛ, i pannelli illustrativi che compaiono solamente all’ingresso della mostra appaiono, a mio avviso, insufficienti a cogliere la complessità dei significati che spesso si nascondono dietro a tali opere, cosicché a poco serve includerle in maxi contenitori dal titolo “pittura di genere”, “paesaggi” e “ritratti”, che, senza ulteriori filtri interpretativi, rischiano di privarle proprio di quella specificità che invece si vorrebbe assegnare loro. Nella pittura del cosiddetto “secolo d’oro” i quadri di genere e le nature morte diventano portatori di insegnamenti morali, a volte assai ben celati, tanto che sia le scene con contadini rozzi, quanto le scene galanti con borghesi intenti a conversare e ballare sono state identificate come exempla moralia negativi. Il filo conduttore dell’intero percorso espositivo è costituito dalla volontà di mostrare la capacità dei differenti artisti di intervenire in maniera autonoma ed originale nella realizzazione di opere pensate principalmente per essere vendute all’interno di un florido mercato che poneva le opere d’arte come prodotti di lusso accanto al tradizionale commercio di spezie e tessuti; l’artista operava in funzione delle richieste della borghesia e proprio la necessità di prodotti poco ingombranti da inserire nel mercato spiega la scelta di optare per prodotti artistici di piccolo formato. Uno splendido esempio di questa tendenza è rappresentato dal  Carnevale   di William Cornelisz Duyster, che ci presenta una vivace interpretazione di un soggetto molto in voga in ambito nordico. Numerosi gli esempi di pittura d’interno, tipicamente olandese, tra cui, oltre al tanto osannato Vermeer e alla sua  Ragazza con filo di perle   (1662-65), vale la pena di soffermarsi soprattutto su due splendide tele di Pieter de Hooch,  La madre   (1661-1663) e  La pesatrice d’oro   (1664), opere che testimoniano i suoi eccelsi studi sulla luce che sono una delle cifre stilistiche peculiari della scuola di Delft in cui l’artista si è formato. Una piccola sala viene interamente dedicata alla ritrattistica: vi compare una suggestiva  Giovane donna alla porta   (1656-57) di Rembrandt, opera che rende la sensualità del soggetto attraverso una studiata miscela di tonalità calde, dal rosso al bruno, e, ancora, un delizioso ovale di Gerard Dou intitolato  La madre di Rembrandt   che ci permette di avvicinarci all’anima più intima della ritrattistica olandese di quegli anni. Di grande impatto il famoso  Uomo con elmo d’oro   attribuito alla scuola di Rembrandt, che si qualifica come uno splendido esempio di quelli che venivano definiti Tronies (facce), trattandosi non di ritratti in senso stretto, giacché non raffigurano personaggi reali benś dei tipi umani (il soldato, la vecchia). In mostra sono presenti anche alcuni rappresentanti del caravaggismo di Utrecht, come Hendrick ter Brugghen e Joachim A. Wtewael, ma le loro opere, che ebbero il merito di portare nei Paesi Bassi le innovazioni che questi artisti avevano appreso dal Caravaggio a Roma, possono essere pienamente comprese solo da appassionati o specialisti d’arte olandese, venendo a mancare qualsiasi altro supporto informativo. Meno interessanti risultano le ultime sale, dedicate ai grandi ritratti di rappresentanza espressione del crescente benessere dei ceti abbienti, nonostante la presenza di opere di Van Dick, mentre nella sezione dei paesaggi bisogna comunque segnalare l’imperdibile  Paesaggio con impiccato   (1635-38) di Rubens, quadretto lontano dalle pompose e gigantesche tele con le quali siamo soliti identificare il grande maestro e che ci mostra, invece, la sua capacità di realizzare attraverso veloci pennellate opere di emozionante liricità. Quando si realizza una mostra di dipinti provenienti da un’unica collezione la sensazione che si ha è la stessa che si prova uscendo da una pinacoteca: tanti nomi e stili diversi, capolavori accanto ad opere di minore valore artistico, cosicché si è spesso lasciati soli con le proprie conoscenze o armati esclusivamente del proprio gusto estetico che spinge a soffermarsi ora su un’opera ora su un’altra, non avendo spesso altri supporti informativi per conoscere più a fondo cị che si sta guardando. Forse in un’esposizione queste mancanze dovrebbero essere risolte, ma, nonostante cị, la rarità di certe “perle” (non solo di Vermeer) presentate in Italia per la prima volta permette di superare la triste sensazione di averle scoperte “in solitudine”.

Tania De Nile


Da Rembrandt a Vermeer. Valori civili nella pittura fiamminga e olandese del '600

a cura di Bernd Lindemann

dall'11 novembre 2008 al 15 febbraio 2009

Museo del Corso, Via del Corso 320 - Roma

www.museodelcorso.it

 

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