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Venezia a Basilea

Sembrerebbe un errore d’ortografia ma coś non è: Venezia è davvero approdata a Basilea, nella splendida e prestigiosa sede della Fondation Beyeler. Devo ammettere che mi sono avvicinata a questa mostra senza particolari attese, forse perché, dopo aver visitato la magnifica collezione d’arte contemporanea ospitata nelle sale principali, credevo che la mia sindrome di Stendhal fosse già appagata o forse perché, da italiana all’estero, ritenevo, erroneamente, che non avessi nulla di nuovo da imparare da una mostra su una città italiana all’estero. Evidentemente (e fortunatamente) mi sbagliavo.  Innanzitutto, la sede espositiva non poteva essere più adeguata, giacché Venezia, il cui fascino deriva in buona parte dall’interazione e fusione tra acqua, luce ed architettura, ci viene svelata all’interno della splendida cornice architettonica progettata da Renzo Piano che sorge su di uno specchio d’acqua all’interno di una sconfinata vallata alla periferia di Basilea. La mostra si apre con alcune superbe vedute di Canaletto e Francesco Guardi, i cui nomi sono convenzionalmente legati proprio al vedutismo veneziano settecentesco, scelta tradizionale eppur vincente perché è con le loro opere che si consacra a livello internazionale l’immagine della Serenissima, all’apice di un processo di “ritrattistica urbana” iniziato con Bellini e Carpaccio, tra gli altri. Sono stati, peṛ, i pittori stranieri a proseguire con le loro opere lungo una linea che ha portato ad una sorta di mitizzazione della città di Venezia ed è interessante notare la varietà dello sguardo da essi posato sugli identici scorci, sulle identiche piazze. Si va dalle visioni di William Turner, quasi miraggi colmi di luce di una città riconoscibile solo attraverso pochi ma sufficienti dettagli, alle coloratissime e animate tele degli impressionisti, le cui dense pennellate rendono ancor più vibrante la superficie dell’acqua. Tra queste non si pụ non soffermarsi su due splendide opere di Edouard Manet rappresentanti scorci anonimi del Gran Canal, dove i veri protagonisti sembrano essere i pali bianchi e azzurri utilizzati per attraccare le gondole, resi attraverso audaci ed espressive pennellate. Numerosissime le tele che Claude Monet realizza per immortalare il suo soggiorno di due mesi a Venezia nel 1908, le quali furono esposte nel 1912 alla Galerie Bernheim-Jeune di Parigi; per la prima volta dopo quell’esposizione la più parte delle opere sono riunite oggi insieme nella Fondation Beyeler e le immagini del palazzo Contarini o della chiesa di San Giorgio Maggiore riprese in diversi momenti della giornata e, dunque, sotto giochi di luci differenti, non hanno nulla da invidiare alle ben più famose e osannate vedute della cattedrale di Rouen. Le sale successive si snodano tra le coloratissime pennellate musive di Paul Signac ed i sognanti ed evanescenti idilli pittorici di Odilon Redon, fino ad arrivare alla splendida serie di opere all’acquaforte realizzate tra il 1879/80 dall’americano James McNeill Whistler e a lui commissionate dalla galleria londinese The Fine Art Society. In tali opere si entra in contatto con una città che non è fatta solo di grandi architetture e vedute assolate, ma anche di strette viuzze buie dove si accalcano mendicanti o di scorci particolari, come quelli in cui viene immortalato un balcone o una calle, i quali ci restituiscono una Venezia ancora più intima e segreta. E’ ancora un americano, John Singer Sargent, a stupirci per un originale punto di vista ravvicinato che mira a rappresentare la città attraverso le persone che in essa si muovono. Egli dipinge donne che attraversano una piazza, gondolieri sdraiati sulle loro imbarcazioni per riposarsi e anche quando si concentra sulle architetture lo fa mostrandoci solo piccole parti di grandi edifici, come l’entrata di Santa Maria della Salute o un angolo della chiesa di San Stae. Questo denso viaggio attraverso sguardi pittorici molteplici viene arricchito da una sala in cui trovano spazio fotografie storiche della città di Venezia, ma, soprattutto, dai magnifici lavori fotografici di Vera Lutter e David Claerbout. La mostra termina, infatti, in una sala completamente buia all’interno della quale non si riesce a scorgere nulla; solo dopo che il nostro occhio si è abituato alla mancanza totale di luce affiorano, come d’improvviso e mano a mano più nitidi, quattro pannelli che ci mostrano diverse vedute della città realizzate da Claerbout tra le 4 e le 7 del mattino. Si tratta, dunque, di opere di fotografia nate in assenza totale o parziale di luce e coś ci vengono presentate, cariche di un senso di sacrale mistero.  Esco dalla mostra con la sensazione che l’immagine che avevo di Venezia era ben poca cosa rispetto alle molteplici possibilità visive presentate e con la consapevolezza che ve ne sarebbero ancora molte, infinite; esco dalla mostra con lo stupore di chi si rende conto di aver visto Venezia a Venezia, ma di averla scoperta soltanto a Basilea.

Tania De Nile


Venezia. Da Canaletto e Turner a Monet

a cura di Martin Schwander

dal 28 settembre 2008 al 15 febbraio 2009

Fondation Beyeler - Basilea

www.beyeler.com

 

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