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Altro che tapas!

In ogni periodo dell’anno, ma specialmente in estate, le immagini che meglio descrivono la Spagna sono quelle da cartolina che riproducono spiagge assolate in Costa Brava, tavolini all’aperto addobbati da San Miguel e tapas, le sempre affollate vie di Madrid e Barcellona, il candore dell’Alhambra penetrato dai raggi solari; le parole più in voga “caliente”, “cerveza”, “siesta”. La mostra “España 1957-2007” è in aperto contrasto con l’immaginario stereotipato all’eccesso descritto sopra: in ballo ci sono “Quijotismo Tragico”, “Misticismo Pagano”, “Existencialismo Barrocco”, “Tenebrismo Hispànico”, “Abstraccịn Simbolico-Formal” (unica espressione che stempera la cupezza evocata dagli altri termini). Sono le sezioni che contrassegnano l’esposizione – allestita nel regale Palazzo Sant’Elia di via Maqueda, pieno centro di Palermo – un percorso fatto più d’ombre che di luci. Nonostante la locandina metta in bella mostra un Miṛ ed i sottotitoli dei manifesti che campeggiano in città presentino Picasso e Daĺ come nomi di punta, sono poche le opere di questi artisti, sicuramente gli iberici più noti in tutto il mondo a livello artistico. Proprio qua risiede il pregio di “España 1957-2007”; l’aver incluso artisti meno noti (ma comunque familiari a chi s’interessa d’arte) e l’aver creato itinerari tematici inediti, che attingono dalla storia della Spagna, dalle sue tradizioni in campo sociale, religioso, politico, letterario. Tradizioni cui gli artisti fanno deviare il corso, originando imprevedibili variazioni: i contorni provocatori di molti lavori si conciliano con il rispetto per le icone, prese in prestito non a scopo di derisione, ma per parlare d’altro. Coś ci dicono l’Equipo Cronica con “Las Meniñas” (1970), una rivisitazione pop del celebre olio su tela di Velazquez, Fermin Aguayo che riprende le bagnanti picassiane ("Les grandes bagneuses", 1967) e Francisco Leiro con il suo “Chisciotte bastonato” (2005), installazione scultorea in legno di grande impatto che riprende un passo del romanzo di Cervantes; il riferimento è in realtà al famigerato pestaggio dell’afroamericano Rodney King da parte della polizia di Los Angeles negli anni ’80, le cui testimonianze fotografiche sono in rapporto con le pose dei personaggi di Leiro. Sospesi fra ironia e dramma, i personaggi di Juan Muñoz appaiono a più riprese nelle sale di palazzo Sant’Elia; “Allo specchio” (1997) è forse l’opera  che meglio descrive il modus operandi dell’artista (deceduto a soli 48 anni per un arresto cardiaco), che lungo tutto l’arco della carriera ha proposto figure deformate, spesso bloccate in un’inquietante espressione ghignante, capaci di stimolare una riflessione esistenziale intima e, al tempo stesso, da condividere. Sicuramente drammatica è la presenza di Pepe Espaliù che espone una serie fotografica tratta da un’azione compiuta poco prima della morte: “Carrying” (1992) mostra l’artista, affetto dal virus HIV, portato in effimero trionfo da una folla di persone su di un trono per le vie di Madrid, diretto verso la sede del governo spagnolo per protestare contro la scarsa sensibilità delle autorità nei confronti dell’Aids. Sequenza tragica, ma carica di un senso di dignità commovente. Visioni ad alto tasso onirico e surreale accendono i toni nettamente in chiaroscuro della mostra (Javier Perez con “El sueño largo” (2005), un letto di dimensione spropositate, a metà strada fra l’esile Giacometti ed il flaccido Oldemburg; Enrique Marty con “Pepe y Luis” (2008), ritratto scultoreo iperrealista dei due galleristi dell’artista, raffigurati in una forma anticelebrativa che ne amplifica i difetti fisici); ma sono episodi fugaci, la cui cresta viene subito fatta abbassare dallo sterminato corpus di lavori riconducibili all’astrazione in salsa surrealista di Joan Miṛ e di coloro che ne seguirono le tracce (Pello Irazu, Juan Uslè, Joan Pijuan, Josè Maria Sicilia…). Le linee vivaci di Miṛ trovano tuttavia la prosecuzione più originale nelle severe tele del proprio concittadino Antoni Tapies, il “Burri spagnolo” (mi sia concesso l’epiteto riduttivo). Assieme ad Antonio Saura e Manolo Millares, Tapies ha formato l’avanguardia pittorica spagnola degli anni ’50-’60 di pari passo con le svolte informali che penetrarono l’animo di molti artisti europei in quegli anni, facendoli calare in una – talvolta esagerata – dimensione eroica (“l’opera è un campo di battaglia dove si moltiplicano le ferite”, disse una volta lo stesso Tapies). “España 1957-2007”, grazie alle scelte del curatore Demetrio Paparoni e all’ottimo allestimento, rende giustizia al reale valore dell’arte spagnola del secondo novecento, portando alla luce artisti meno di facciata, ma con tante cose da dire. Capaci di contribuire non solo attraverso media tradizionali, ma anche con video di grande potenza comunicativa (“L’aplauso” (1998) di Antoni Muntadas su tutti, combinazione di immagini “forti” – scene di corrida, funerali, pestaggi – associate ad al altre che mostrano persone nell'atto di battere le mani, un applauso interminabile), efficaci installazioni (in particolare “El castigo” di Rafael Canogar, del 1969, una netta denuncia delle violenze perpetrate dal regime franchista) e testimonianze fotografiche di azioni/performance. Esco dalla mostra col taccuino pieno zeppo di nomi sconosciuti e la testa traboccante di immagini che ricordeṛ per un bel pezzo: segno che la mostra, almeno con me, ha raggiunto il suo obiettivo.

Saverio Verini


Espana 1957-2007

a cura di Demetrio Paparoni

dal 17 maggio al 14 settembre 2008

Palazzo Sant'Elia, via Maqueda 81 - Palermo

www.mostraespana.it

 

 

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