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Rispondere ad un'assenza: galleria 26cc

Si capisce che sarà uno spazio destinato a caratterizzarsi come luogo d’incontro, senza la finalità di ottenere facili guadagni, dalla inconsueta gentilezza con cui si è accolti all’ingresso. 26cc non è la solita galleria antiquaria dove da anni è esposta la stessa stampa di De Chirico in attesa che qualcuno la compri. Intanto, 26cc è gestita da nove “giovani” operanti nel campo dell’arte visiva (sei artisti, tre curatori) con alle spalle una misteriosa mecenate che da buona “benefattrice della cultura” ha deciso di finanziare il progetto, coprendo per intero le spese di rimessa a nuovo del locale e l’organizzazione dell’inaugurazione, avvenuta pochi mesi fa, il 18 dicembre 2007. Dunque, uno spazio votato alla ricerca, alla libera sperimentazione, senza (per ora) dover render conto a nessuno sullo stato delle proprie finanze. Uno spazio che mancava, come il numero che ha ispirato il nome della galleria: il 26 è infatti il civico di via Castruccio Castracane – cc, per l’appunto, sono le iniziali della strada – nel quale la galleria si trova e che, stranamente, finora non era stato assegnato.  Ma parlavamo dell’ingresso: scesa la scaletta che conduce ad una sorta di garage ripulito (un ex scantinato che fa molto “underground”) si nota che il piccolo ufficio deputato all’accoglienza (una scrivania, uno scaffale appeso alla parete e qualche sedia), presenta delle imperfezioni che non possono non essere mano di un artista. Si tratta infatti dell’installazione di Diego Valentino, un site specific con la mobilia sul punto di crollare e la scrivania dalle forme curve ed asimmetriche. Fin dai dettagli è subito chiara l’attenzione all’arte e all’artista, anche nello spazio burocratico di rappresentanza. Due ragazzi sulla trentina che si presentano come artisti “fondatori” del progetto fanno strada all’interno della galleria, una piccola stanza dai lineamenti post-industriali, soffitto alto e pareti di un bianco algido che solo a guardarlo vien voglia di mettere il cappotto: un po’ capannone, un po’ “white-box”, senza essere completamente né l’uno né l’altro. Le opere esposte sono quelle con cui la galleria ha aperto i battenti, riunite in un percorso espositivo dal titolo “Pay attention please” (“fate attenzione, prego”). Si tratta di una collettiva dal sapore confondibile, fatta di mescolanze e basata su diverse modalità espressive unite, come il comunicato stampa recita testualmente, dalla presenza di “lavori essenziali, antispettacolari non solamente nella forma ma anche nel contenuto”. Le opere, appunto: tutte molto diverse fra loro, tutte piuttosto caratterizzate, frutto di brillanti intuizioni. Come l’originale “800 ways to descrive a chair” (2004), con l’artista Jan Mancuska nella veste di tiratore scelto: per l’occasione ha infatti crivellato con dei proiettili di piombo una parete alla quale era appoggiata una sedia, descrivendone coś la sagoma. Un’impronta che invita alla riflessione sulle dicotomie assenza/presenza, materiale/immateriale. Giocato sul rapporto fra le cose che ci circondano ed i sensi (in particolare il tatto) è “Eighteen Copper guardians in Shao-Lin Temple and Penetration: the Perceptive” (2001) del coreano Kwang-Yu Tsui. Nel video, articolato in tre parti, l’artista-performer prima si cimenta nell’indovinare, girato di spalle, gli oggetti scagliati a raffica da un assistente fuori campo con i quali viene colpito; poi, si trova in vari angoli di una città, solo e spaesato, intento a dare capocciate dovunque, gesto ripetuto più e più volte di fronte alla folla stupefatta. L’effetto comico è inevitabile, ma al fondo la performance dell’artista, reazione esasperata al rapporto conflittuale con le città contemporanee (città dove – letteralmente –  non si sa dove sbattere la testa), comunica un certo senso di disagio ed inquietudine. Terza ed ultima azione del video, la serie infinita di sequenze che mostrano l’artista nell’atto di vomitare. Ostentata e alla lunga stucchevole, tale azione è forse il punto meno felice di un lavoro comunque di grande potenza comunicativa e brillante autoironia. La mostra offre altri spunti interessanti, spesi fra installazioni, foto, video: vale la pena citare la “Global History of art” (2004) di Stano Masar, opera costituita da decine di placche sullo stile della segnaletica relativa alle uscite d’emergenza, con i classici omini stilizzati a riprodurre le pose di celebri capolavori dell’arte (dalla “Lezione di anatomia” di Rembrandt alla “Morte di Marat” di David, dalla “Creazione di Adamo” michelangiolesca all’ “Urlo” di Munch, passando per Goya e De Chirico) in un gioco omaggiante e destrutturante al tempo stesso, senz'altro spassoso (provate ad indovinare tutte le opere cui le placche fanno riferimento...). Dal canto suo Paolo Ferro invita i visitatori a cibarsi del proprio lavoro con “Installazione dalle ore contate” (2007), realizzata in occasione dell’inaugurazione con delle casette di marzapane che, prima che la valanga di visitatori la facesse quasi del tutto scomparire, costituivano un assetto urbano. Il percorso allestito dagli animatori di 26cc diverte e pone alcune problematiche sul modo di fare e recepire l’arte oggi, senza voler stupire a tutti i costi. Un bel segnale in controtendenza rispetto alla spettacolarizzazione dietro cui vengono mascherati preoccupanti vuoti di contenuto. In cantiere ci sono varie attività (workshop, creazione di un archivio, oltre ad un programma di residenze volto all’accoglienza e allo scambio con artisti stranieri) che fanno ben sperare per l’avvenire di questa originale esperienza. Se 26cc è la risposta ad una assenza (come scrivono nel comunicato), da oggi Roma sarà meno sola.

Saverio Verini


Pay attention please

a cura di 26cc

dal 18 dicembre 2007 al 1 marzo 2008

Galleria 26cc, via Castruccio Castracane 26-28a-30 - Roma

www.26cc.org

 

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