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La città che sale (o che vorrebbe provarci)

Il neonato MACRO FUTURE a Testaccio viene tenuto in grande considerazione degli addetti ai lavori. Coś, ogni mostra che ha luogo all’ex-mattatoio diventa un piccolo evento che desta curiosità e attesa. Coś era stato all’esordio con “Into me/Out of me”, coś è adesso con il secondo appuntamento, “La città che sale. We try to build the future”. Parto subito dicendo che, almeno in quest’ultimo caso, si tratta di una mostra che non risponde del tutto alle aspettative. Ma andiamo con ordine. Le due ali che compongono il percorso espositivo dimostrano (come già evidente per “Into me/Out of me”) una grande versatilità, che permette ai curatori di alternare video, foto, scultura, installazione. “La città che sale”  infatti ospita lavori eseguiti su media diversi, necessari ad esprimere i diversi punti di vista sul tema della mostra: il paesaggio urbano ed il rapporto che gli artisti intrattengono con esso. Le numerose opere sono pervase da un diffuso senso di precarietà razionale: le città sono difficili da decifrare, offrono punti di vista molteplici che, se da un lato garantiscono varietà, dall’altro possono indurre effetti di spaesamento. Stando alla visione d’insieme offerta dalla mostra, le superfici specchianti dominano la scena nelle città odierne (specie se metropoli).

E se il vetro (materiale molto sfruttato, quasi un imperativo per gli architetti contemporanei) è sinonimo di leggerezza e trasparenza, al tempo stesso le sue proprietà riflettenti possono diventare fonte di disorientamento, raddoppiamento, amplificazione della realtà. Accade nell’opera di Dan Graham “Portal” (1999-2004), accade in “Jaipur” (2006) di Patrick Tuttofuoco, entrambe legate dal comune riferimento alle capacità specchianti del vetro. Lo spagnolo Pedro Cabrita Reis guarda a Mondrian e alle sue regolari ripartizioni spaziali; ma se l’artista olandese eseguiva le sue opere su tela, Cabrita Reis utilizza come supporto delle enormi lastre di vetro (ancora lui, immancabile), ripartite in vari rettangoli e colorate di rosso, nero, bianco. Come dicevo, la città, nel suo manifestarsi, ammette molteplici sfaccettature; coś varie da risultare immobilizzanti. Almeno coś lascia intendere il tedesco Andreas Slominski che con le sue “Vogelfalle” (2003) e “Habichtfalle” (1998) porta in mostra delle vere e proprie trappole con tanto di animali (speriamo finti) imbalsamati all’interno: due lavori molto espliciti, metaforicamente retorici, poco coerenti col resto. I momenti migliori della mostra vengono offerti dalle installazioni che coinvolgono l’ambiente: il collettivo Stalker propone una sorta di tenda sotto la quale accamparsi, uno spazio protetto che invita a sostare e riflettere, valutando la città nelle sue sporgenze e rientranze, osservandola rovesciata. “Il tappeto volante” (2006) si segnala come una delle opere più suggestive de “La città che sale”, quasi una trasposizione grafica di una delle “città invisibili” descritte da Calvino. Altro intervento di grande coerenza tematica è quello di Luca Pancrazzi (“18 h, 45’”, del 1997) che propone un centro urbano in miniatura, incastonato all’interno di una colonna. Con questa operazione allo spettatore è concesso uno sguardo esterno su quello che rappresentano le città nelle quale egli stesso vive, come se, per un attimo, fosse in grado di ridimensionarle e ridurle ad un gioco da bambini, con tanto di gru e trenini della metropolitana. Anche Hans Op de Beeck adotta come mezzo espressivo un modellino, questa volta abbinato ad un video: una soluzione che fa interagire le due componenti dell’installazione. Infatti al di sopra del modellino è collocato uno schermo sul quale viene proiettata una passeggiata immaginaria all’interno del modellino, come si trattasse di uno spazio realmente praticabile ed esplorabile. Reale e virtuale, interagendo, vanno coś a creare uno spazio nuovo.

Ma l’impatto visivo di maggior effetto si offre al visitatore nell’ala di destra del MACRO FUTURE. Le installazioni di Massimo Bartolini (“Bars – The future as it was once”, 2007: un’impalcatura altissima sospesa al soffitto, visione fluttuante di uno degli elementi base del costruire) e Gregor Schneider (“Casa morta”, 2003-2007: un garage di piccole dimensioni, una struttura elementare, ma per nulla rassicurante, anzi claustrofobica) hanno il dono (raro, a quanto si pụ affermare osservando le numerose opere esposte) di evocare con semplicità sentimenti contradditori riguardo le unità abitative e la loro realizzazione. Meno poetici, ma degni di nota, il paesaggio aspro e materico di Anish Kapoor (“Mountain with sun and moon”, 2003), le strutture effimere e flessibili composte da piccoli bastoncini di legno di Tadashi Kawamata, gli equilibri impossibili ed insostenibili delle forme di Odile Decq (“Homeostasie”, 2007). “Amnesiac Shrine” (2006) di Mike Nelson affronta con forza il tema della città come labirinto, rappresentata da una rete da cantiere aggrovigliata, sulla quale memoria collettiva ed esistenza individuale si riversano sotto forma di oggetti banali ma dall’alto contenuto simbolico. Effetto analogo nell’installazione di Valery Koshlyakow: una struttura precaria evocante una città babelica che sale e cresce – questa ś davvero – per effetto dell’integrazione e dell’aggiunta di materiali diversi che inglobano e si autoalimentano estendendosi nello spazio. Stando a quanto descritto finora, la mostra potrebbe apparire assolutamente imperdibile. Ed invece, nonostante la presenza di architetti e artisti visivi di primo piano, “La città che sale” non ha un taglio definito e non affronta coerentemente le problematiche legate alla concezione degli spazi urbani nell’oggi (forse, anche a causa della difficoltà nel definirle). La ridondanza di numerosi lavori rende il percorso un po’ macchinoso, e molte opere, quando non risultano superflue, appaiono troppo dirette, prive di poesia (eccezion fatta per quelle citate). Per non parlare delle numerose foto: spesso elaborate a computer, somigliano ad inutili poster (unica degna di nota, quella del collettivo FNP). Un po’ poco visti gli spazi a disposizione e le istituzioni che vi stanno dietro, anche se le suggestioni di certi interventi garantiscono una sufficienza piena.

Saverio Verini


La città che sale. We try to build the future

a cura di Danilo Eccher e Odile Decq

dal 25 ottobre 2007 al 31 gennaio 2008

MACRO FUTURE, Piazza Orazio Giustiniani 4 - Roma

www.macro.roma.museum

 

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