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In difesa delle forme libere


In Defence of Free Forms
(2011), dimensioni ambientali, foto Mario Di Paolo, courtesy Galleria Oredaria

In difesa delle forme libere

Ho avuto modo di conoscere il lavoro di Esther Stocker qualche mese fa, in occasione di una sua mostra al Macro. A dire il vero non era una vera mostra (la classica esposizione composta da diversi pezzi); si trattava, piuttosto, di un atto unico (Destino comune): una stanza del museo completamente stravolta, nella quale strisce orizzontali continue di colore nero – collocate sia su pavimento che soffitto – subivano improvvise impennate e deviazioni.


Destino comune
(2011), dimensioni ambientali

A distanza di poco tempo ho di nuovo attraversato uno dei suoi ambienti, questa volta alla Galleria Oredaria. Lo stile di Stocker permette di riconoscerne il lavoro in un istante: anche in questo caso l’artista ha utilizzato gli immancabili elementi neri, collocati in un ambiente bianco, asettico, cambiando però il modulo: non più strisce parallele, ma forme rettangolari, angoli retti, piccoli segmenti. Un progetto che parla ancora una volta di discontinuità e metamorfosi percettiva. Le rivoluzioni che Stocker applica agli spazi sono impreviste, spiazzanti; severe, come le linee geometriche rigorosamente bianconere che applica, ma quasi ludiche e irridenti, nel loro sottrarsi alla consuetudine degli ambienti. L’installazione, In Defence of Free Forms, è di quelle che ti lasciano immediatamente qualcosa: ma il lavoro dell’artista non si ferma in superficie, portando con sé il dinamismo e la frantumazione futurista, il rigore del minimalismo, con l’accento puntato non sulla componente concettuale, ma su quella puramente percettiva, visiva.


In Defence of Free Forms
, installation view, foto Mario Di Paolo, courtesy Galleria Oredaria

Esther Stocker è una creatrice d’ambienti paradossali. Non parla di attualità e di cronaca, nemmeno di storia: e se c’è una storia tirata in ballo, è quella dell’arte. Tuttavia la sua poetica non ha nulla di autoreferenziale e, anzi, riconcilia con quella tradizione artistica che si sente libera d’esprimersi e di parlare attraverso le forme. Sono proprio le forme, nella loro purezza corrotta, il punto di partenza per creare mondi semplici e spiazzanti, come li avrebbe concepiti una divinità nel giorno di riposo. Le opere di Stocker avvolgono e stravolgono senza troppi effetti speciali: alla serialità e all’esattezza delle forme associa un ritmo alterno, discontinuo. Il suo è un minimalismo vitale, dinamico e felice. L’opera di Esther Stocker non si esaurisce su un piano tridimensionale, ma trova uno sviluppo anche su tela, dove l’artista dà sfogo alla sua vena optical, con sovrapposizioni geometriche – con il bianco e il nero a farla ancora da padroni – che sarebbero piaciute a Josef Albers ed Escher.


Untitled
(2011), acrilico su tela, foto Mario di Paolo, courtesy Galleria Oredaria

La produzione pittorica aiuta a capire i processi che portano alla costruzione degli spazi da parte dell’artista. Ed è proprio sulle dimensioni ambientali che Stocker giunge agli esiti migliori, in linea con l’ambizione di creare spazialità sempre nuove. E il lavoro dell'artista ci ricorda come non sia un caso che le due parole – ambiente e ambizione – condividano la stessa etimologia.

Saverio Verini


In Defense of Free Forms
dal 2011 al 12 febbraio 2012
Galleria Oredaria, via Reggio Emilia 22-24 - Roma

www.oredaria.it

 

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